Ultima Ora: Riflessioni sui campioni di oggi: dall’attività di base al Pallone d’Oro...


4 min letti

Messi, i sei palloni d’oro a 32 anni è del re del pallone. 

Leo Messi ha 32 anni, due in meno di Cristiano Ronaldo, suo rivale da sempre in Liga e nei vari premi. È il miglior marcatore nella storia del Barcellona e dell’Argentina. Ma è rimasto nel profondo il ragazzino innamorato del pallone più che del calcio. Dagli inizi a Rosario al contratto su un fazzoletto al Barcellona. Storia di un campione schivo che si accende solo in campo. Ma in ogni mossa, in ogni dribbling a una velocità lontana da ogni possibilità di umano pensiero, Messi racchiude il suo manifesto. “Mi piace andare contro i difensori e batterli, mi piace cambiare le cose”. La sua è una istintiva, primordiale corrispondenza d'amorosi sensi con quel che viene prima del calcio, col pallone. Tutto quel che si vede di Messi, però, è quel che Leo vuole farci vedere. Nessuno conosce davvero il Messi fuori scena, e non riguarda solo la vicenda delle tasse non pagate sui diritti d'immagine. La semplicità della persona Messi illude che la brillantezza del campione Messi sia replicabile. 


È una magia che Ray Hudson, il telecronista poeta di GolTv, ha raccontato, pur senza le vette del padre del barrilete cosmico, Victor Hugo Morales. “Quanti angeli possono danzare sulla cruna di un ago? Quanto è grande Messi? Non esiste risposta. È come contare le bollicine in una bottiglia di champagne”. Non si può descrivere. Si può solo guardare. È connaturato alla sua esistenza. “In una sua radiografia” scherzava, ma nemmeno troppo, l'ex ct argentino Bilardo, “troverete un oggetto sferico attaccato al suo piede sinistro”. In fondo, è la storia della sua vita. Aveva cinque anni Lionel Andrés Messi Cuccittini quando Salvador Aparicio lo vede per la prima volta. È il 1991, sta cercando di completare due squadre per una partita fra bambini di cinque anni. Messi è solo, col pallone, calcia verso il muro. Aparicio chiede a mamma Celia se può giocare. Lei dice di no, non pensa sia capace. Aparicio ha allenato i fratelli di Lionel, Rodrigo e Matias, e non smetterà di ringraziare la nonna di Messi. “Fallo andare, non gli farà male” dice. Aparicio lo schiera all'ala destra, quella più vicina all'unica tribuna di cemento, “così siete più vicine se dovesse succedergli qualcosa”. Ma succede quel che nessuno aveva immaginato: Lionel sembra non abbia mai fatto altro in tutta la vita. A dieci anni lo fanno entrare in campo nell'intervallo delle partite al Coloso Stadium, lo stadio del Newell's Old Boys oggi dedicato a Marcelo Bielsa. Sale le scale del sottopassaggio, sempre palleggiando, va avanti fino al cerchio di centrocampo, continua fino all'ingresso in campo delle squadre e torna indietro, senza perdere di vista il pallone. I tifosi non ci credono, lo scambiano per un nano del circo: un bambino a dieci anni non può essere così bravo. Un bambino di dieci anni, così, da quelle parti non l'hanno mai visto. E non lo vedranno più. La prima crisi economica d'Argentina coincide con uno dei primi anni della pesante quanto onerosa cura cui Lionel si sottopone per la carenza parziale di ormone della crescita. È uno dei capitoli più raccontati della sua biografia pubblica. Il Newell's non ha i soldi per pagare, la famiglia parla solo di due versamenti di 200 dollari a distanza di sei mesi, la dirigenza parla di pagamenti mensili anche se di entità variabile e li accusa di ingratitudine. Il viaggio li porta a Barcellona. L'agente Gaggioli, buon difensore di Rosario passato all'Espanyol nel 1974, lavora in Spagna da anni. È lui l'intermediario che organizza il provino, ma quando vede Leo scendere dall'aereo si pente: è troppo minuto, quel bambino. La storia, scriveva John Carlin sul Guardian, “è piena di figure che hanno compensato la bassa statura con una grande personalità. Messi però non ha nemmeno questa”. Messi “è timido, non ruba l'occhio. Anche chi lo conosce bene dice che è estremamente riservato e tutti i giornalisti che l'hanno intervistato possono testimoniare quanto l'esperienza sia frustrante”. Charlie Rexach, allora direttore tecnico del Barcellona, gli fa firmare il primo contratto su un fazzoletto che Gaggioli conserva ancora incorniciato e rifiuta di far entrare nel museo blaugrana. “Io, Charly Rexach, nel mio ruolo di direttore tecnico del Barcellona, e nonostante l'esistenza di alcune opinioni contrarie, mi impegno a mettere sotto contratto Lionel Messi finché saranno rispettate le condizioni concordate” si legge. Vuol dire che qualcuno al Barcellona ha visto transitare il più grande genio del pallone e ha rifiutato una prospettiva che prometteva esperienza e mistero per tutta la strada. La storia, però, tramanda il peccato ma non il peccatore. La famiglia Messi passa la prima notte a Barcellona al Plaza Hotel a due passi Montjuic, lo stadio dell'Espanyol. Qui, il 16 ottobre 2004, debutta nella Liga. Entra negli ultimi 10′, gioca troppo poco per prendere un voto in pagella sui giornali. Il Mundo Deportivo si limita ad annotare che è il più giovane a fare il suo esordio con la maglia del Barcellona Paulino Alcántara nel 1912. Alcantara segnò 369 gol in 357 partite, amichevoli comprese, fino al 1927. Un record che Messi supererà nel marzo 2014. Nessuno come lui nella storia del Barcellona. Più di un'icona, per una squadra che da sempre si professa più di un club. Nel tiqui-taca, il “taca la bala” portato all'estremo, Messi ha partecipato alla riscrittura del suo ruolo e del calcio. Tito Villanova, poi morto di cancro, lavora con la “cantera” sulla tattica e sul contatto con la palla. Guardiola, che a suon di compiti semplici scrive la più grande rivoluzione calcistica dell'era moderna, mette il concittadino di Che Guevara dove il talento individuale e l'organizzazione di squadra possono fondersi meglio. “Il mio miglior giocatore voglio che tocchi più palloni possibile, e quindi lo metto dove passano più palloni”. Quindi Messi è il pallone, Messi è il calcio. Anche se come in ogni premio ci sono polemiche per l’assegnazione.


 Messi, un pallone d'oro sgonfio...

 

Leo Messi è il calciatore più forte del mondo. In molti lo pensano e chi non lo pensa mette comunque l’argentino sul secondo gradino del podio, dietro Cristiano Ronaldo. Non servono concorsi o premi per stabilire ciò che è chiaro in questa epoca calcistica, baciata dalla fortuna di potere vedere in azione due autentici fuoriclasse. Il Pallone d’oro che i giurati di France Football hanno assegnato al numero 10 del Barcellona, consegnato alla Pulce ieri nella cerimonia organizzata nel teatro Chatelet di Parigi (con lui c’erano la moglie Antonella Roccuzzo e i loro tre figli), è perciò un pallone sgonfio di significato. Il premio, tornato di competenza giornalistica dopo la parentesi sotto l’ala della Fifa, va a chi nella stagione ha compiuto imprese straordinarie. Per questo in lizza c’era mezzo Liverpool campione d’Europa, che per alzare la Champions a Madrid lo scorso giugno aveva asfaltato per 4-0 proprio il Barcellona di Messi, che ad Anfield Road ha vissuto una delle pagine più nere della sua carriera. Alisson come Yashin? van Dijk (secondo) come Beckenbauer? Salah o Manè come Keegan? Niente, nulla da fare. I tre Reds, che hanno perso la Premier League per un punto di svantaggio nei confronti del Manchester City (in uno strepitoso 98 a 97), non sono stati premiati come lo fu 12 mesi fa Luka Modric, vice campione del mondo con la Croazia e vincente della “sola” Champions League con il Real Madrid. A Messi, dunque, è bastato vincere la Liga con il Barça per avere la meglio sulla concorrenza. Se vogliamo trovare un appiglio più convincente, c’è stato il sesto trionfo nella Scarpa d’oro vinta grazie ai 36 gol realizzati in campionato. «Mai smettere di sognare - ha detto l’argentino - . Ringrazio Dio, sono molto fortunato, sono benedetto perché adoro il calcio. Ho ancora qualche anno, poi dovrò abbandonarlo e sarà difficile, il tempo passa molto velocemente». E Cristiano Ronaldo? L’anno scorso secondo alle spalle del suo ex compagno di squadra nelle Merengues, stavolta è finito al terzo posto. Poco, a quanto pare, è valso lo scudetto vinto con la Juventus dal portoghese, che ha puntualmente disertato la cerimonia parigina. Non si fa fatica ad immaginare il suo umore, visto che ora è in svantaggio nel conteggio dei Palloni d’oro che vede Messi avanti per 6 a 5.

DE LIGT MIGLIOR UNDER 21

I tifosi juventini posso consolarsi con il successo del difensore olandese de Ligt, che ha vinto il trofeo Raymond Kopa (il Pallone d’oro degli under 21) ricevuto dalle mani del vincitore dell’anno scorso, il francese del Psg Mbappé. Ad Alisson, che oltre alla Champions ha vinto la Coppa America col Brasile, è andato, manco a dirlo, il primo Trofeo Yaschin, il riconoscimento intitolato al grande portiere dell’Urss unico numero 1 vincitore del Pallone d’oro. Alisson ha vinto davanti a Ter Stegen (Barcellona) e Ederson (Manchester City) suo vice nella Seleçao. Il Pallone d’oro femminile ha invece rispettato i “canoni” dei risultati ottenuti: è andato alla statunitense Megan Rapinoe, campione del mondo con gli Usa.


Una nota ufficiale del Vice Presidente della A.S.D. Sanarica


Vincenzo Miggiano